• Andrea Pistocchi

Covid hotel




Non avete mai paura voi di finire in mille pezzi?




Accade sempre, a un certo punto, che qualcosa si spezzi. Un colpo di vento, una porta che sbatte, un vaso che perde la sua integrità, un bicchiere che si frantuma a terra. Così un misterioso virus d’un tratto inibisce il nostro movimento nel mondo, devia le strade che attraversiamo, i gesti che compiamo, ci tiene a distanza…

È stato un incubo, inutile cercare altre parole, di quelli che ti svegli la mattina e ti chiedi se è tutto vero. Ritrovarsi con le “ossa spezzate” di colpo, senza il tempo di capire. Ciò che era integro è andato in mille pezzi e sono rimasto lì paralizzato con il terrore addosso, con i cocci a terra.

Una mattina come tante ti svegli, ti prepari ed esci. Ad un certo punto senti la testa che gira, le gambe cedono e cerchi un ormeggio al quale aggrappati per non cadere. Cominci a sentire una fiamma sul petto, soffocata sottopèlle, pronta a riprendere forza ad ogni respiro.

Il fiato diventa una cosa solida che ti chiude la gola e l’aria non ti basta più.

Respirare.

È una cosa a cui nemmeno fai caso, una cosa normalissima che non sei più in grado di fare…

D’un tratto mi sembrava di fallire in una cosa elementare.



All’inizio ho avuto qualche linea di febbre, i primi tre giorni, senza comunque mai superare i 37,5 °, insieme a un grande senso di stanchezza. Mi sentivo dotato di un peso irragionevole e privo della benché minima idea di come armonizzarmi al resto del corpo, non riuscivo a stare in piedi, pensavo fosse solo influenza ma poi ho cominciato a non percepire più né gusto né olfatto: è stato graduale e inesorabile. In farmacia il tampone dava un responso negativo, e allora perché non ce la facevo? Poi ho avuto l’idea di chiamare la guardia medica, la dottoressa dall’altra parte della linea mi prenota un tampone molecolare. Raccolgo tutte le mie energie e mi presento nel punto stabilito. Nel giro di 24 ore il referto ribalta gli esiti, spalanca il precipizio e tutto quello a cui cerchi di tenerti diventa di una consistenza fluida e ti trascina. Un unico movimento, un unico vento di tempesta a cui dover cercare di dare una nuova forma e una nuova direzione.

Ho passato intere notti senza dormire, ho tossito così tanto da sentire la cassa toracica “stonata”, all’interno, mi facevano male le costole, i fianchi e la schiena.

Mi rovesciavo nel letto in continuazione, non riuscivo a stare sdraiato perché la tosse mi strozzava e allora stavo in piedi tutta la notte fino a stramazzare, la mattina dopo, esausto sulla sedia. Durante le notti, infinite, ho avuto delle incontrollabili crisi di pianto. Un pianto di disperazione che non mi sarei mai aspettato, non era solo il fatto di stare male, era la solitudine a spaventarmi e l’idea di trovarmi di fronte a qualcosa di sconosciuto. Solo, a fronteggiare una cosa davvero più grande di me.

Come se non bastasse nella mia testa tutto assumeva un’immagine, un’idea univoca ma diluita dall’imprevisto. Come un cacciavite tirato fuori dal cassetto per una qualche urgenza e poi lasciato lì.


Un pensiero che disturba.

La gelida e irrazionale certezza di sapere che tutti resteranno a distanza, per diverso tempo anche dopo la mia guarigione, sterilizzando i gesti, comunicando attraverso guanti, mascherine… armature!

Più della malattia è stata l’idea che gli altri mi considerassero malato a farmi paura, a farmi male.

Questa è stata una solitudine diversa da quella che ho sempre cercato e forse vissuto, una solitudine che non scegli, appunto. L’isolamento è una cassa che amplifica le ore che si sfilano come una collana spezzata, ascolti il tintinnare della vita, infrangersi, sul tavolo di marmo del tempo, come perle lasciate cadere. Sei solo e nessuno viene a salvarti.

Arrivare a sentirsi in colpa per essersi ammalati è una considerazione crudele che ti annichilisce.

Ottobre, novembre...e ancora adesso. Non ricordo di avere mai visto cieli così belli e luminosi dalla finestra, cieli senza suoni.

Dove sono i suoni?

Figure solitarie senza lineamenti camminano sulla strada, lentamente, attente a scansarsi, non si può essere vicini.

È questo il tempo sospeso, apparentemente non lascia tracce su di noi, sui nostri sensi, non sentiamo aria, voci, rumori, colori… È una cosa strana. Quando ti accade di vedere il posto dove saresti salvo, sei sempre lì che lo guardi da dentro. È il tuo posto, ma tu non ci puoi stare.

Sono nella stanza di questa struttura, rigida e silenziosa. Fermo, chiuso nelle mie paure. Un posto piccolissimo, dove sei solo, e fai fatica a respirare. Non c'è nulla che si possa fare per cambiare le cose e già si è fortunati se qualcuno ha avuto l'attenzione di portarti il pasto. Non leggo, ora avrei il tempo. Ascolto solo i silenzi, che adesso sembrano così importanti, ma non hanno facce, sono corpi irriconoscibili.


Forse il tempo sospeso ci mostra il prezzo della vita, prezzo alto se la si vive pienamente, ma ancora più alto se lasciamo che ci passi sopra, senza toccarci.

Così fa il destino: potrebbe filar via invisibile e invece brucia dietro di sé, qua e là, alcuni istanti, fra i mille di una vita. Nella notte del ricordo, ardono quelli, disegnando la via di fuga della sorte. Fuochi solitari, buoni per darsi una ragione, una qualsiasi.





Intanto nella mia testa riaffiora una canzone, sta lì incastrata, come i dentini di una zip difettosa e non si sblocca:

And if you're still breathing, you′re the lucky ones

'Cause most of us are heaving through corrupted lungs

Setting fire to our insides for fun

E se stai ancora respirando, sei fortunato

perché la maggior parte di noi ansima con polmoni danneggiati

Dando fuoco alle nostre viscere per gioco

Un brivido fende la mia schiena e scorre come un sedativo.

In questi ultimi anni sono successe tante cose, ho dato al mio tempo numerosi aggettivi, per rispondere ai significati che la vita ha assunto. Ho cercato di ristabilire una connessione con quella parte di me che avevo perso, e tante, troppe volte seguiva sempre il solito messaggio: l’utente da lei chiamato non è più emotivamente raggiungibile.

Ho frequentato persone nuove, provato ad appartenere a qualcosa che non mi appartiene, forzato le situazioni e poi… poi arriva sempre l’imprevisto a farti ragionare su quanto sia precario e sottile il filo sul quale giochiamo a mantenere l’equilibrio.


Dunque è giusto riavvolgere.

Voglio rinnovare i periodi vissuti, voglio sentire i colori, i suoni, le sensazioni e i rumori che mi fanno scivolare nel tempo. Avverto questo strano bisogno di correggere le piccole imperfezioni, senza pensare che ormai sia tardi per fermare l’enormità di un destino sbagliato.

Alla mia storia personale, alle cadute e ai frantumi di sempre, ho aggiunto una storia ulteriore, nel tempo inedito del confinamento e della distanza, mi sono strappato mille volte, in mille modi inediti. Con pazienza, con lentezza, estendendo i pensieri, affinando il movimento, anche imparando a schivare soprammobili e gambe del letto. Ho avuto paura anche a guardarli i miei cocci, poi succede che inevitabilmente, dopo averli ignorati per giorni, mesi, anni, devi farci i conti. Ho cominciato a stare meglio, mi sono avvicinato e con coraggio ho cercato di ritrovare un ordine. Li ho raccolti, custoditi, ho iniziato a prenderli tra le mani e piano piano li ho ricomposti, ho fatto quello che potevo con quello che avevo in quel momento. Limitante di certo, spesso odiato, l’unico spazio possibile che avevo ha rivelato l’esistenza di nuove finestre da poter spalancare sulla mia interiorità. Ho lasciato entrare la luce a illuminare gli angoli erosi dalla dimenticanza, ho strappato il disordine cresciuto come rovi, come fossati scavati per interdire l’accesso a chiunque.

Ho percorso una strada sbarrata, sconosciuta anche a me stesso, mi sono calato nelle memorie vietate e in quelle perdute. Fino al momento di ritrovarmi, con un nuovo senso dello spazio e una nuova misura del corpo, dentro, fuori.

Accade ogni giorno che qualcosa si spezzi. Ricomporne le tessere, con grazia, con levità, è la sfida interiore di ognuno di noi…l’ho scritto così tante volte che alla fine ho finito per crederci.

Lanciamo sms, e-mail, voci nei giornali di bordo. Proprio come i naufraghi lanciavano in mare le loro bottiglie. Chiediamo che ci salvino dalle nostre isole senza spiagge. Come sempre, ci sono maree, turisti e numerosi curiosi e solo qualche volta uno tra la folla capisce il nostro testo.

I finali sbagliati ci sono. Le pagine bianche, dopo sono come un muro. La vita non ha pagine bianche. Qualcosa sempre si muove e trasforma il passare dei giorni in altro. E poi in altro ancora. Quindi quei finali che non hanno nessun domani, sono storie di vetro. Fragili.

Purtroppo in questa storia di finali sbagliati ce ne sono stati tantissimi e nonostante tutto siete in tanti a non volerlo capire.

Ho conosciuto molta gente, così diversa e così uguale a me in questa esperienza. Tanta gente di cui non conosco nemmeno il viso. C'è una dignità immensa, nella gente, quando si porta addosso le proprie paure, senza barare.

Ho aiutato, mi hanno aiutato. Ho confortato e soprattutto ascoltato. Ho sempre avuto talento nel passare lievemente dove c’è tanto dolore. Ho scoperto che spesso ci sono più cose naufragate in fondo a un’anima che in fondo al mare.

Ho preso il covid un giorno di metà ottobre, l’ho preso nonostante tutte le mie attenzioni, sono stato cinquantuno giorni in isolamento.

Giorni dove eravamo io e quattro pareti. Mi sono sentito come un pesce costretto a nuotare nel suo acquario.


Sono caduti tanti giorni alle mie spalle e non si può far nulla per un giorno che muore, che porta via con sé un po’ della tua vita, ma l’isolamento ha risvegliato in me la percezione d’una vita anfibia, prenatale. Ho finito per sentire questo tempo avvolgente come un ricovero uterino, da cui mi sono staccato tanto tempo fa. Durante la gestazione ho affrontato il mio superstite e ho scoperto che non si è mai troppo lontani per non trovarsi.

Sono uscito dall’isolamento una mattina di dicembre. La città nel frattempo si è vestita a festa, tra poco sarà Natale.

Non ho trovato nessuno ad aspettarmi fuori dalla struttura ma in prossimità dell’uscita, c’è uno specchio. Nel riflesso questa volta non c’è qualcosa che scanso, qualcosa che non accetto.

Vedo due bambini. Di quelli piccoli, quelli che s’incontrano all'asilo e si amano di un amore molto più grande di loro.

Continuerò a cadere, a non reggere la vita ma con una consapevolezza diversa: tieni un capo del filo e corri nel mondo. Se dovessi perderti tu, tira e verro a prenderti. È questa la promessa che mi faccio.

Sono guarito, dal covid, ho camminato sul cornicione di una vertigine profondissima aggiustando l’equilibrio un respiro alla volta.

Mi specchio con la certezza di avere finalmente un parametro, una vetta raggiunta, ho dato tutto me stesso per superare questa vertigine e da adesso so che nei momenti di caduta ci sarò.

Esco, c’è un vento fortissimo che mi scompiglia la faccia.

Ho aperto la mia vela… Andiamo?






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