• Andrea Pistocchi

Non avere più questo terrore.


Nella mia vita non ho mai portato rancore.

Tristezza sì, ma mai rancore.

Più di una volta mi sono chiesto: perché a me?


Non ho mai ottenuto una risposta, solo silenzio, indifferenza, a volte addirittura scherno. Ho sempre affidato le mie confidenze ai fogli di carta perché nessuno mi ascoltava avevo certe parole nell'anima, e nel cuore, e tra le dita delle mani che mi premevano contro le tempie quando non reggevo nemmeno il peso del mio respiro.

Premevano nel cervello e lo fanno ancora, nonostante passino gli anni, quei segni, le impronte, le cicatrici, le orme, le ombre, mi continuano a cercare, specialmente di notte, ed ogni volta che guardo il viso di una persona con cui vorrei parlare, mi ritrovo sempre troppo solo. I fantasmi mi vengono incontro e mi rimbombano nella testa, da sempre: non concluderai mai niente nella vita, meriti di stare da solo, è per quello che nessuno vuole avere niente a che fare con te. Sei noioso.

E la verità è che ho pensato fosse vero, e forse lo penso ancora: lo penso quando devo provare a parlare con qualcuno, fosse anche solo per dirgli di spostarsi leggermente perché non riesco a passare per andare in quella stanza, e sussurro qualcosa con un tono di voce così tanto basso da non riuscire a sentirmi nemmeno io.

Ho sempre la costante paura di disturbare, di dire qualcosa di sbagliato, qualcosa che possa risultare stupido o che possa ferire. Perché io so cosa vuol dire essere ferito e se c'è una cosa che non sopporto è quando a ferire sono io.

Mi sento male il doppio, anche se non l'ho fatto di proposito.

Come se riuscissi a sentire il dolore degli altri, come se sopra lo strato più esterno della mia pelle riuscissi a sentire la loro parte più interna e più nascosta.

E forse è per quello, e per tutti quei ricordi che non riesco quasi più a controllare, che ho paura.

Paura di perdermi, paura di perderli.

Ho paura di non trovarmi più, paura di commettere qualcosa di sbagliato, paura di sembrare inopportuno, paura di esagerare, paura di esasperare. Paura.

E ancora, un fottutissimo bisogno di urlare senza riuscire a muovermi al tempo stesso, ed io che graffio contro i muri della camera dove mi rifugio, ma la stanza è insonorizzata; tutto il mondo è insonorizzato quando si tratta di me, quando passo, eppure ho sempre notato che se ne accorgono se mi cade un libro per terra: si mettono a ridere, mi indicano, mi fissano, ma non mi aiutano. E mi chiedo: perché mi fanno questo? La mia intelligenza parla e mi dice che mi volevano solo far del male, che non è vero, non è vero cavolo, ma io ho sempre ragionato con il cuore e con le vene: e lì ho trovato una penna, e forse è anche per quello che amo così tanto scrivere, perché un foglio bianco è solo come me, ma appena si compone di lettere e le lettere di frasi e le frasi di pensieri ed i pensieri di sfoghi, di realtà vissute ed altre che avrei voluto tanto vivere e sognare, mi sento meno solo, più compreso, mi sembra quasi di sentire il profumo di mia nonna e il suo calore e poi di mia madre che mi aspetta sulla soglia quando torno da scuola e sono ancora piccolo.

E Dio, quanto mi manca mia mamma.

Mi manca anche quando sorrido per una battuta che ascolto e mi sembra quasi di farle un torto perché lei non c'è; mi manca quando non riesco a farne più io, quando non riesco a sentire di poter valere qualcosa e ammetto che mi è capitato e mi capita davvero tante volte.

Come se per me non fosse concesso: uscire come gli altri, inseguire degli obiettivi come gli altri, lottare per questi. Lo so che sbaglio, so che dovrei osare e non farmi fregare dal passato, ho il bisogno di parlare ma la lingua è bloccata, anche il muscolo cardiaco che mi batte a mille e le lacrime negli occhi ad ogni: non sei capace? Ed io vorrei dirlo che alle volte le cose le so ma se lo dico poi farò la figura del presuntuoso, io che non sono sicuro nemmeno di me stesso.

E mi prenderanno in giro, ancora di più di quanto non lo facciano perché evito di pestare erbacce e fiori spontanei quando cammino per strada. Ed è per questo che scrivo, perché tra i figli riesco ad abbandonarmi a me stesso: non sono più un errore, non sono più un relitto, né un: se fossi bello e avessi i denti dritti come quelli della pubblicità sarebbe tutto diverso. E lo so, è anche per quelle parole che forse parlo poco e sorrido poco e con garbo, o metto le mani e copro mezzo viso: perché nei miei occhi ci vedi l'anima, ma loro, l'hanno spezzata ugualmente, e non gliene importava, perché pensavano che se io sono così debole, potevo essere anche il loro passatempo, da farne ciò che volevano. Ma alla fin fine, non ho forse anche io lo stesso numero di occhi degli altri? E che male c'è, se nascondo i denti storti, se affondo nel cuscino e mi abbraccio da solo quando piango? Che male c'è ad ammetterlo? Da un lato direi che ci vuole coraggio per mostrarsi così e per dirlo, dall'altro non penso di riuscirci. Eppure, vorrei davvero però che qualcuno mi dicesse: guarda che non c'è niente di male in tutto questo. Lo vorrei davvero. Oppure un bacio sulla fronte per poi intrappolarmi in un abbraccio, come a dire: prova a liberarti. Perché pensi di non meritartelo? Oppure: Io ci sono, ugualmente, anche quando tu non vuoi far valere te stesso! Ne avrei davvero bisogno, essere colui che le riceve queste parole, per una volta, e non sempre colui che le dona. Qualcuno che sia paziente, che chi purtroppo ha vissuto qualcosa come il mio non ne esce mai tutto intero, ed ha bisogno di sentirlo alcune volte, prima di capirlo davvero. E farmi capire che non bisogna aver paura di esser deboli. Non vederlo come errore, come pesantezza, come un: “arrangiati”! E ancora, che mi permetta di essere utile: aiutarla, fosse anche facendola sorridere con il mio essere goffo; piangere stringendosi il viso tra i capelli; sognare insieme su cosa mangeremo domani o su quale prato andremo a vedere, se le stelle sono più grandi viste in collina o in pianura.

Trovarla.

Trovarmi.

Trovarci.


Non avere più questo fottutissimo terrore.



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