• Andrea Pistocchi

Adesso è troppo tardi per abbracciare gli angoli del tempo.

Certi temporali sembrano volerti sbeffeggiare, arrivano sempre nei momenti meno opportuni. Te ne stai lì a cucire gli strappi per evitare di perdere la malinconia e confidi almeno nel sole per trovare una ragione che ti impedisca di metterti a piangere.

Invece comincia a piovere. Piove sui rami, sulla strada, piove sul bucato appena steso. Piove sulle mani e sui ricordi.


Quel giorno che ti ho vista andare via, un giorno qualunque, lentamente, accompagnata dal tuo solito sorriso, indossato come una armatura, a difendere la tua vulnerabilità che nessuno sapeva e da una nuvola di sigaretta. Con la mano alzata accennavi ad un debole saluto e io non ti ho detto “addio”.

Uno pensa sempre che ci sia tempo e invece il tempo è quello che ci manca, non sono gli spazi a mancare e nemmeno l’estate quando all’improvviso ti raggiunge un novembre cupo e piovigginoso, quello che ci manca è il tempo.

Tempo per parlare, per alleggerire i pensieri, tempo di fermarsi un momento, andare oltre la pellicola dell’apparenza e chiedere:


“va tutto bene”?


Perché diciamo la verità, uno triste è più sincero di uno che ride sempre, quello triste lo vedi che sta male e te lo dice, in qualche modo ti chiede aiuto. Ma quando una persona ride sempre, in quel ridere si cela una tragedia. Sotto pelle si vedono le corde vive che tirano e ridere diventa quasi uno spasmo ma non ce ne accorgiamo. Non lo capiamo che l’abbandono si manifesta vestito da

clown e che dietro la maschera si nasconde la vertigine e passiamo avanti, scivolando lungo l’inconsistenza di quello che siamo. Con la consolazione di credere che c’è un posto solo nostro, trincerato, dove sentirci vivi, non vissuti da tutto il resto del casino intorno. Mentre chiamavi piano, piano, piano, piano, mentre la notte non bastava più al tuo sonno, tu hai chiamato piano:

Venite, non lasciatemi qui viva, qui nei vestiti bucati, nei letti disfatti.

Venite, appoggiatevi pure qui

dove io rido.

E adesso sto a tirarmi pugni sulle gambe, sullo stomaco e sul pavimento. Piegato con i talloni sul culo e urlo con l’illusione che non è successo niente.

PARLAMI CHE IO ASCOLTO.

MI METTO SEDUTO E ASCOLTO.

METTO LE GAMBE INCROCIATE E TU PARLAMI.

IO TI ASCOLTO.




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