• Andrea Pistocchi

È un muoversi bianco questo giorno.



Dovrei fare un po' d’ordine, aggiustare la lunga bocciatura incalcolabile degli anni.

Da quando ho smesso di volermi bene?

In realtà dovrei chiedermi se me ne sono mai voluto.

Quando tornerò a casa potrei portare i miei nipoti sulla spiaggia, potrei fare un aquilone. Non ne ho mai fatto uno ma potrei imparare. Potrei mostrargli quanto è divertente. Non facciamo più tante cose come prima. Tu sei così lontana che non immagini nemmeno quanto in fretta sta invecchiando la mia anima, è come una cantina che continuo a riempire di tutto quello a cui sono stanco di sopravvivere. Vorrei fare due passi e cercare di spiegarti i fantasmi con cui non riesco a smettere di parlare. Oppure leggere tutti quei libri che si ammucchiano, su come abbiamo cominciato a non capire. Intanto, è una mattina così bella, i colori che cambiano, la luce che ipnotizza. Potrei sedermi a guardare le foglie, che sembrano sapere esattamente come seguire il sole un momento dopo l'altro. O potrei perdere tutto e dover ricominciare da capo.

Oggi compio quarant'anni.

È un muoversi bianco questo giorno, con sé porta sempre lo stesso frastuono che passa lasciando il segno di una pallidissima ombra sul tempo che non sembra avere conseguenze ma non da tregua. Cado in un’isola segreta, remota, irraggiungibile, una cruna di aria buia che attraverso e non supero.

Salgo sul treno al binario 6, il capolinea è uguale tutti i giorni e sono destinato a scendere in un tempo che ho misurato mille volte ma non conosco mai veramente.

Osservo in alto lo scorrere dei fili ed in basso i binari che corrono simmetrici e ti aspirano nella profondità che c’è intorno.

È venerdì mattina, ai primi di marzo e, già ci sono molte foglie. Il tempo si raccoglie in un respiro che non è di questa terra, lascio cadere uno sguardo sull’orologio, mi avvicino alla porta. Tutto è come sempre ma non è di questa terra, con un fazzoletto pulisco il vapore dagli occhiali, scruto ancora gli spettri che corrono sulle rotaie e quando scendo i due scalini faccio un gesto all’indietro che sembra un saluto ma in realtà è un addio.

Entri nella galleria degli specchi, incontri le tue collisioni e tutte quante sembrano interrogarti:

Cosa hai fatto in tutto questo tempo?

Ho raccolto i minuti e poi li ho sprecati.

Ho amato le ore, ho esplorato i secondi, ho riempito il baule, ho scelto le parole, ho atteso l’ora giusta.

Ho quarant’anni, la bocca non attende più nessuna voce e il tempo diventa una spina e può trafiggerti; senza nome si assembrano i fantasmi ed in silenzio ti sopraffanno.


Sì, dovrei fare un po' d’ordine. Dovrei appuntare di nuove parole le mie sciagure.

Ho nuovamente perduto il filo.

I Bar sono tutti chiusi. Ho smesso di bere da tempo.

È stato quel giorno in cui ho capito che poi tanto le cose non tornano mai come prima. Che se uno se ne va è perché se ne vuole andare. Così, mentre ripetevo che tu eri l’intero sgomento di ogni cosa dissi: non ho più bisogno di bere!

Ogni tanto però ci ripenso, percorro la memoria e mi ritrovo aggrappato al vetro, annaspando sull’orlo. Poi passa, qualcosa, qualcuno passa sempre.

Ho salutato tutti, ho visto ogni sciagura sperduta, nelle periferie, le risse ai video giochi a duecento lire, il tendone con le sedie pieghevoli che parlava di giostre e tamburelli e c’era sempre un uomo e una fanciulla di un’altra età all’ingresso ma tu mi dicevi di non accettare mai caramelle dagli sconosciuti.

Ogni cosa mi cammina accanto, come un ginocchio all'altro. Nella stanza il Dispenser di solitudine fa il suo dovere. I piccioni volano bassi fino alla finestra che ho davanti, la signora spezza il pane, le briciole sono il segno di una ferita, le briciole sono indelebili.

Le briciole sono sempre quello che resta anche di un amore.

Il sole volta l’angolo e i colori si attenuano, mi immergo tra le ombre che affollano quel che rimane del giorno. Questo è il momento.

Prima e dopo, un assoluto che lascio rimbalzare tra le mani come se fosse un sasso. Lo scaglio laggiù nel grande sonno delle acque dove scompare il tuo nome, lentamente.

Prima e dopo.

Prima le cose erano quello che erano e non dovevi aver paura di niente, eri uno di quelli sul muretto che radunano la vita in un gemito. Poi la follia ti tocca. Sfrega le ossa lì dove fanno male. E tu t'accorgi che qualcosa che non va c'è veramente. Guardi l’oscurità nel corridoio che si espande silenziosa dentro di te, guardi un punto solitario nella vasca, il tuo nome sul cemento, senti l’odore di paraffina, dal lumino sul davanzale, intoni una litania che sembra una preghiera con la voce di uno che sta per affogare.

Mi sento andare da una parte all'altra. Mi accorgo di avere un peso. Tutto questo è atroce.

È inutile silenziare il telefono, inutile tentare di scrollarsi di dosso la propria solitudine. Bisogna tenercisi aggrappati per tutta la vita.

Fino al tramonto. Fisserò il sole.

Tu annoderai un altro piano di solitudine nella vita di qualcun altro.

Non c’è nessun inferno.

E neanche il paradiso.

La vita è qui.

Il dolore è qui.

E ci sarà fino a quando io ci sarò.

In questa stanza abbozzo il mio profilo per avere una traccia di cosa sono diventato.

Andrò a letto.

La notte ha un giorno segreto, una promessa che consuma l’ombra della sua corsa e la consegna al mattino. Il giorno ha una notte frenata dal sole, che scalpita oltre la luce. Non riesco a dormire, troppo forte risuonano le campane nel cimitero della mia stanza. Ho imparato subito che i morti non restano fermi, entrano nel sonno di ogni bambino e se ne stanno lì a spargere terra sul cuscino.

Ho cominciato a scrivere.

Ogni parola che ho scritto l'ho scavata a mani nude dal profondo dell'anima. E da lì ho tirato fuori il meglio e il peggio di me. Ho scavato così a fondo fino a che non ho aperto un buco profondo alla mercé di chiunque. La mia biografia mi ha portato ad un costante esercizio di solitudine che strappa la pelle e mi getta in uno spazio dove non sono mai voluto stare.

Questo modo di alleggerirmi, però, è stato necessario. L'ho fatto per me, per riuscire a mettere insieme i pezzi di un puzzle ed avere finalmente una traccia di me che mi raccontasse chi fossi. Forse ci sono riuscito. Forse no. Forse dovrò scavare ancora per cercare parole difficili e testarde, per niente docili al tatto pur di non perdermi di vista ancora. Questo non posso saperlo di sicuro. Ma di una cosa sono certo. Da quella falla scavata nella carne, sono entrati in tanti e ognuno ha preso e lasciato qualcosa. Ma solo io conosco la mia storia. Una storia imperfetta, senza colpi di scena, ma, detto tra me e me, vissuta con parole nascoste e perfette: pezzi di pelle cucita, sulla mia stessa carne.

La poesia si fa in un letto come l’amore. Le lenzuola sfatte sono l’aurora delle cose.

Non ho più interesse ad approdare alle antologie.

Da piccolo mi smarrivo per gioco ma poi, non so come, forse un incantesimo di lucciole… mi sono smarrito davvero.

Sì, nonostante tutto sorrido, questo è stato il mio tempo, un tempo di biglie e di figurine.

E qui resterò per sempre.



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